Marvin Heiferman

La strada come visione di scena

HowardStSoho

Manhattan esige attenzione. È un luogo visivamente affascinante, ma difficile da interpretare perché ci sono molti punti privilegiati da cui guardarlo, vive di contraddizioni ed è ricco di spunti da prendere in considerazione. Il che, in parte, spiega il richiamo che esercita sui fotografi. Al tempo in cui nel 1940 fu soprannominata “Gotham City”, nella vignetta di un fumetto di Batman, la complessa e mitica modernità di New York era già indagata dalla fotografia.
All’inizio del ventesimo secolo – mentre i grattacieli crescevano qui e là in numero e altezza, facendo rimbalzare la luce su pietra, vetro e metallo fino alla pellicola fotografica – Alvin Langdon Coburn, Edward Steichen e Alfred Stieglitz furono tra i primi a catturare l’eccitante misto di bellezza e spirito ambizioso della città.
Non molto tempo dopo, durante la Grande Depressione, le archetipiche fotografie d’architettura di Berenice Abbott, Samuel Gottscho e altri presentavano – tramite immagini realizzate con una macchina – la New York dell’età delle macchine, celebrandone con eleganza la continuità, celebrandone il progresso, e aiutando a tenerne vive le speranze.

Con gli apparecchi fotografici inclinati verso l’alto, puntati verso il basso da trespoli vertiginosi e messi dritti in bolla lungo le avenues e gli incroci, i fotografi rispondono al richiamo di New York e ne confezionano lo spirito e l’attrattività. Lasciano ai fotografi di strada – ce ne sono stati, e continueranno ad essercene molti – il compito di scovare e immortalare i newyorchesi, le celebrità, i tipi strambi, la gente di ogni giorno intenta ad attraversare la topografia e gli accadimenti della propria vita. Tradizionalmente, l’obiettivo dei fotografi che si occupano dello spazio urbano costruito, quelli che schivano o non si soffermano sul suo dramma umano, è sempre stato documentare e creare metafore attraverso le facciate eleganti di una città che ribolle, spinta dalla pressione, dalla determinazione e dal desiderio. Ancora oggi è così.

Secondo uno studio svolto nel 2011 dagli informatici della Cornell University – che hanno analizzato 34 milioni di fotografie pubblicate su Flickr da 300.000 fotografi provenienti da ogni parte del globo – New York è la città più fotografata al mondo. Con le sue guglie iconiche, la sua sincopata vita di strada e la cacofonia delle insegne che riempie Times Square, New York si è attribuita il marchio di più antica tra le città “moderne”. Non è una coincidenza che il suo periodo di maggior sviluppo, dal 1890 al 1940, sia parallelo ai decenni in cui il potere della fotografia cresceva di molto grazie al rapido diffondersi di apparecchi per le istantanee e di immagini fotografiche ferme e in movimento nei media.

Nel suo libro del 1978 Delirious New York e negli scritti successivi, l’architetto olandese Rem Koolhaas ha spesso celebrato la città come un esperimento radicale, una “cultura della congestione” dove «una libera coalizione di costruttori, visionari, scrittori, architetti e giornalisti intercettano le aspettative popolari per fare della città un’estrema ed esaltante macchina democratica, in grado di trasformare tutti i nuovi arrivati in newyorchesi». Se Koolhaas ha trascurato di aggiungere i fotografi a questa lista di modellatori della città, noi non dovremmo farlo.

Nel 1999, quando Luca Campigotto arriva a New York per fotografarla ne ha un’immagine, come per la maggior parte di noi, confacente a quella delle vecchie fotografie e dei vecchi film che si riverberano nella cultura pop e nell’immaginario collettivo. Nato a Venezia, di base a Milano, e con una laurea in storia moderna, Campigotto è ben consapevole dei modi in cui la fotografia, un medium che egli stesso descrive come “lo strumento supremo della nostalgia”, non solo documenta, ma plasma la nostra percezione e la nostra esperienza delle città. Nel lavoro svolto durante la sua prima visita e nel corso delle successive nell’arco degli ultimi dodici anni, Campigotto ha prodotto con il suo interesse per l’architettura e le sue raffinate indagini di spazi e luoghi questa collezione di bellissime e paradossali fotografie. In ognuna, un palpabile, quasi connaturato senso di presenza sembra in conflitto, eppure stranamente anche in sintonia, con il malinconico senso di assenza che, al tempo stesso, pervade l’intero lavoro.

Né giornalista, né narratore, Campigotto è, di fatto, un modellatore di scene. Non intende svolgere un progetto enciclopedico e, come egli stesso ha scritto, lavora seguendo l’istinto per fotografare «il contenitore degli accadimenti». Piuttosto che costruire a priori una rigida struttura concettuale da seguire – come aveva fatto Thomas Struth con il progetto in bianconero di visioni delle strade di New York realizzato alla fine degli anni Settanta – Campigotto si relaziona con la città in modo soggettivo. Molte delle fotografie in Gotham City sono state fatte nel terzo più a sud di Manhattan, quello che si stende da Midtown al Financial District. Ogni immagine è ricca di episodi grafici e formali: la sfilata delle facciate elegantemente irregimentate, l’intreccio delle scale antincendio e delle impalcature che avvolgono gli edifici, gli effetti spettrali innescati dalle molteplici sorgenti di luce, e la nervosa sovapposizione di qualunque genere di insegne e indicazioni.

Uno dei più ricorrenti stereotipi su New York è che tutto ruoti vorticosamente. Ma in questo lavoro – con l’eccezione di pochi passanti, dei semafori che sappiamo continueranno a lampeggiare, e delle scie fantasma dei fari delle auto che appaiono in alcune immagini – tutto è fermo. Le fotografie sembrano, almeno a prima vista, mettere a fuoco e godere dello spettacolo visivo di una metropoli. Ma, in realtà, anche un senso di cupezza le abita. Proprio mentre in parte riflettono la boria di un luogo che promette “qui tutto è possibile”, esse non possono nascondere che la città di carrieristi che un tempo si autocompiaceva, in questi anni post 11 Settembre, si sente un po’ meno piena di sé, castigata, vulnerabile.

Naturalmente, New York e i newyorchesi impudenti sono orgogliosi di essere dei sopravvissuti. La città che quasi crollò negli anni Settanta – sporca, infestata dal crimine, sull’orlo della bancarotta – si è poi ripresa di slancio. Le fotografie di Campigotto, fatte prima, durante e dopo le crisi finanziarie dell’ultimo decennio, mostrano spesso aree di New York che son state riprogettate con zelo e ricostruite. I quartieri prima trascurati perchè non attraenti dal punto di vista della vita culturale o residenziale adesso straripano di condomini, co-ops e stilisti che ne rimaneggiano l’aspetto ridisegnando la mappa di quel che è trendy. I lofts in ghisa di Soho, Tribeca e Garment District, dove un tempo faticavano gli operai a cottimo, sono diventate le case dei milionari. “Le antiche facciate”, come ha scritto il sociologo Richard Sennett e queste fotografie suggeriscono, “nascondono nuovi valori e stili di vita”.

Malgrado Manhattan non sia più un melting pot ma un posto per ricchi, come nota chi ormai patisce le differenze di classe e non può più permettersi di vivere in certe zone, e malgrado stia correndo il pericolo di diventare un parco a tema di se stessa, essa rimane ancora un terreno fertile per i fotografi affascinati dalla realtà e dall’illusione urbana. In una striscia del fumetto citato prima, Batman e Robin, in cima a un tetto, scrutano un panorama abbozzato di torri e ponti che somiglia proprio a Manhattan. Una didascalia li descrive come “due figure col mantello… in posa contro un cielo color inchiostro che fa da fondale al grande palcoscenico chiamato Gotham City”. Viste in sequenza, le immagini di questo libro fanno pensare che, mentre la indaga, anche Campigotto veda New York come una successione di spazi teatrali o scenografie cinematografiche.

Il potenziale narrativo insito in queste fotografie è rafforzato dal fatto che Campigotto spesso lavora di notte quando, afferma, «l’esito è imprevedibile. Le luci, i contrasti, i colori sono più interpretabili… La notte rende ogni evocazione più plausibile». E così contribuisce a fare anche il lavoro di post-produzione che l’autore compie sulle immagini. Dopo averle scattate, egli le riconcepisce con cura, calibrando la saturazione dei colori in modo che anche i dettagli appena percettibili e che rischiano di svanire nell’ombra possano imporsi. Quando l'immagine è pronta, s'innesca qualcosa di inusuale e magico. La tavolozza cromatica solo parzialmente naturalistica di queste fotografie fa delle atmosfere raffigurate qualcosa in cui immergersi. Unendo lo sguardo indagatore del banco ottico con una sensibilità risolutamente romantica, Campigotto crea fotografie straordinarie e ammalianti in cui coesistono il presente e il passato, il desiderio e la nostalgia. Un’immagine dopo l’altra, ci viene ricordato lo straordinario potere che New York ha su chi la costruisce, abita, visita o anche solo immagina. Ed emozionanti come sono, queste fotografie argute dicono anche di qualcos’altro, qualcosa di inaspettato: la grande città, forte e indifferente, va avanti senza di noi.

 

Testo di presentazione del volume Gotham City, Damiani, Bologna 2012
 

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto