William M. Hunt

Vedere per credere

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Marco Polo avrà davvero viaggiato fino in Cina? Chi lo sa. A noi rimane la sua dichiarazione: "Non ho ho detto la metà di quanto ho visto perchè sapevo che non sarei stato creduto".
Luca Campigotto potrebbe probabilmente affermare la stessa cosa dopo il lungo viaggio fotografico per il suo ultimo progetto Iconic China, e come il suo predecessore anch’egli la direbbe in italiano.

Si inizia con la Cina del passato: magnifiche vedute di alcuni tradizionali paesaggi cinesi, come la Grande Muraglia, il surreale paesaggio calcareo lungo il fiume Li e i guerrieri di terracotta di Xi’an. Una selezione classica, ma noi abbiamo in Campigotto un'ottima guida. Egli è uno dei grandi fotografi di paesaggio all’opera oggi, come testimoniano i suoi libri precedenti Teatri di guerra (2014), Gotham City (2012), My Wild Places (2010) e Venice: The City by Night (2006).

Poi, come quel sinuoso fiume cinese, Campigotto cambia di colpo direzione verso la Cina del presente. E il presente conduce lo spettatore nelle città, e noi non abbiamo mai visto prima luoghi così. Ora abbiamo davvero bisogno che egli ci guidi.
Il Bund, il lungofiume di Shanghai, è sempre stato visivamente affascinante nel corso della storia della fotografia. Ma è impossibile essere preparati a come appare oggi, particolarmente in queste immagini. Allo stesso modo Pechino e Hong Kong sono irriconoscibili rispetto a quando la Cina iniziava ad aprirsi all’Occidente. Un raffinato accoppiamento di una triade di piccole montagne nella campagna di Yuangsho riappare sottoforma di un set di edifici illuminati a Pechino.
Non sono tanto la misura o la forma di queste nuove costruzioni a essere straordinari quanto, piuttosto, la qualità della luce. In genere, Campigotto è conosciuto per le sue montagne di giorno e per i suoi notturni urbani, più che per la luce in sè.

I paesaggi urbani della Cina del presente appaiono universali. Possiamo trovare questo tipo di edifici moderni da New York a Dubai, ma è la loro luce singolare a essere sorprendente. Un mix eccezionale di neon, LED, vapori di sodio, fluorescente e tungsteno, con un grado leggero di luce solare. Il colore è travolgente e difficlle da descrivere. Sembra venire da un altro mondo, come una pista di atterraggio sul pianeta Krypton di notte. Tutto è color pesca, rosa, malva, e giallo canarino. Gi edifici emettono un bagliore al cromo.

I cieli di Campigotto sono sempre memorabili, sia quelli di notte su città come New York o Venezia, che di giorno sui terreni rocciosi dei suoi My Wild Places o Teatri di Guerra. I cieli cinesi, al confronto, sono neutri, incolori, e come sfondi di acciaio brillante riflettono il luccichio di tonalità che sembrano aliene. Anche le acque dei fiumi fanno lo stesso effetto.

Il colore è gestito in modo straordinario. C’è una veduta del lungomare di Hong Kong (pagina 77) che contiene ben poche informazioni. Alcune torri si fronteggiano attraverso uno specchio d’acqua con qualche cosa al centro in primo piano misteriosamente semisormmerso, ma il cielo è intriso di un‘aurora di colore complementare, uno spettacolo luminoso di sole al tramonto e inquinamento.

Un paio di immagini di una vorticosa Shanghai sono inebrianti: una (pagina 61) sembra una trottola. La lunga esposizione crea nastri concentrici di fari d'automobile, come una spirale elettrica. Un’altra (pagina 63) è una sorta di matrice vettoriale di giallo intenso, un colore inusuale di notte.
Una schiera di edifici popolari di Hong Kong racchiude l'enorme energia urbana senza mostrare alcuna concentrazione di persone. La tavolozza è ancora fatta di colori sgargianti, brillanti, clamorosi, e spettrali. E qui, l’artista mette a segno un colpo di scena raffinato. Inquadrando dritto verso l’alto le facciate degli edifici abbraccia un’inattesa e caotica topografia suggerendo la folle attività frenetica della città (pagine 70-71). Quindi, sembra mostrarci la stessa facciata frontalmente (pagina 73); ma è la stessa e non lo è. In altre due immagini (pagine 74 e75) ritaglia dei cieli notturni in un intrico di spazi rettangolari rosa salmone – cieli perfettamente incorniciati dai nuovi edifici, in un omaggio dolcemente inconscio alla classica fotografia di Beaumont Newhall, Chase National Bank, New York, 1928.

Campigotto conosce bene i propri riferimenti fotografici. È un amante della fotografia eroica in grande formato di Carleton Watkins, Timothy O’Sullivan, e dei fotografi del Grand Tour: Francis Frith, i fratelli Beato, Roger Fenton. Esiste un eccezionale panorama in 13 sezioni di Shanghai nel 1873 di Henry Cammidge: per quanto sorprendente possa sembrare, il lavoro di Campigotto appare ai nostri occhi tanto esotico come lo fu, a suo tempo, quello dei suoi predecessori dell’Ottocento.

Nel testo Un luogo senza tempo scritto nel 2006 per il progetto Venicexposed, Campigotto dice della propria fotografia in bianco e nero: «Le fotografie danno vita alla materia dell’indimenticabile. Io le amo, perchè illudono di poter ritrovare quanto è perduto, o ciò che non si è mai posseduto. Un ultimo sguardo trasforma in icona quel che si teme di non vedere più. Nella suadente infedeltà del bianconero, il sogno è premeditato.
Forse, la fotografia è lo strumento supremo della nostalgia».

Se il bianco e nero è lo strumento del ricordo, forse il colore ci aiuta a proiettarci nel futuro.
Hong Kong sembra, beh... Hong Kong: un’urbanizzazione distopica, eppure reale, alla Blade Runner, la città come un videogioco. Si potrebbe descrivere tutto questo come dis-Orientante? I colori sono elettrici, o radioattivi. Come se l’urbanista responsabile fosse Syd Mead, il designer futurista di quel film degli anni Ottanta. Batty, d'altra parte, il replicante Rutger Hauer, si esprime proprio come Marco Polo affermando «Io ho visto cose che voi umani non potreste credere».

L’artista racconta di aver faticato in Cina, non conoscendo né la lingua né i luoghi, ma confidando nell’istinto e nell’esperienza, ha saputo realizzare un lavoro tanto emozionante quanto meditato. Campigotto ama profondamente il fotografo americano Robert Adams che, come Campigotto, sa scrivere bene. «Uno non si danna l'anima col banco ottico nel vento e con il caldo solo per illustrare una filosofia. La cosa che ti spinge ad arrampicarti tra le rocce, scacciando le mosche e col pericolo dei serpenti, è il panorama. È solo il piacere che provi e la dedizione per quello che fai, non quello che capisci razionalmente, che ripaga l'altrimenti assurdo investimento di lavoro».*

Così Campigotto cattura le meraviglie di questo nuovo mondo, il passato e il presente della Cina: dove bisogna “vedere per credere”.

 

* Robert Adams, Introduction to The American Space: Meaning in Nineteenth-Century Landscape Photography, Wesleyan University Press, 1983

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto