StuckyFOTO

Luca Campigotto

Archeologia dell'immaginario

 

Il vecchio Molino è da sempre la grande architettura foresta di Venezia. L’edificio capace, con le nebbie d’inverno, di trasformare la Giudecca in un’isola del mare del Nord. Fin da bambino l’ho amato istintivamente, quasi senza conoscerne la storia. Con il sentimento particolare che ci lega alle cose che sentiamo vicine senza riuscire a fare nostre.
Ancora adesso, guardando questo edifico gigantesco penso al piccolo mulino di campagna che aveva mio nonno, in tempo di guerra. E mentre risalgo le nostalgie di mio padre mi capita di provare, inspiegabile, un senso di perdita per qualcosa che in realtà non è mai appartenuto al mio vissuto. Fino a scoprire qualcosa della mia stessa nostalgia.

Ignoro cosa pensasse mio nonno dello Stucky. Il suo mulino aveva un motore a due cavalli, e lui aveva la forza - sovrumana come quella degli eroi delle nostre genealogie private - di fermarlo impugnandone le cinghie di trascinamento quando qualcosa (non ho mai capito esattamente cosa, a dir la verità) si inceppava e il grano finiva per sparpagliarsi qua e là.
Ricordo che nelle mani aveva conficcate le schegge di pietra della mola, e so che quando Mussolini annunciò l’entrata in guerra il suo commento fu: «bravo mona». Forse presentendo che, nel giro di poco tempo, avrebbe avuto i tedeschi giù nell’aia a requisirgli la farina.
So, invece, che allo Stucky tutto funzionava secondo la migliore tecnologia dell’epoca. La struttura dell’edificio era ispirata alle analoghe costruzioni del Nord Europa. I macchinari tedeschi rappresentavano il massimo dell’affidabilità e anche i tecnici venuti a montarli erano stranieri.
Nelle fotografie ingiallite, la riva antistante era affollata di bastimenti. E tutto questo aveva a che fare con la lontananza, il viaggio, l’assenza.

Diversamente da piazza San Marco, sempre troppo bella per poterla considerare propria, il Molino in fondo alla Giudecca (anzi, quasi a Sacca Fisola, l’unico posto di Venezia dove le case sono uguali a quelle della terraferma) è sempre stato terra di nessuno.
Ci giravamo intorno con il «cofano» di un’amico cercando un’inferriata facilmente scassinabile. Morendo dalla curiosità di sapere cosa ci fosse là dentro.
Ogni luogo proibito dà uno struggimento profondo. E’ la pena dell’adolescenza, dell’esplorazione, del dover andare a vedere. E io, pateticamente, avrei voluto la cicatrice d’una ferita inferta dai rovi impenetrabili. Avrei sfidato il tetano e il crollo dei solai...

Allora non immaginavo nemmeno che, di lì a poco, il Molino si sarebbe prestato anche come fondale per qualche passeggiata romantica. Ancor meglio che girare per «sconte», le strade poco frequentate del centro, andare dalle parti dello Stucky era un viaggio in miniatura. Chi è stato giovane a Venezia lo sa bene. Aggirarsi per la Giudecca - come andare in spiaggia al Lido d’inverno - è la piccola avventura d’una giornata che vuole essere diversa.
Poi, qualche anno più tardi, ho scoperto Piranesi, l’ansia claustrofobica delle sue fantasie carcerarie.
Era una mostra alla fondazione Cini, e ricordo che - uscito nel bagliore del giorno su quella mirabile piattaforma galleggiante che è la riva di San Giorgio - guardavo lo Stucky pensando che lì dentro, al buio, di certo vegetava silenzioso un intero mondo sconosciuto. Spazi, macchinari, arredi. Tutto soffocato nel verde selvatico. Abbandonato e, con ogni probabilità, già ampiamente saccheggiato.

Io adoro lo sguardo di Piranesi, perché dalla veduta d’insieme conduce alle viscere nere dell’architettura.
Il tratto è nitido, quasi tagliente. L’immagine è assolutamente a fuoco. Eppure, negli occhi di chi guarda lo spazio si complica fino a diventare inestricabile. Grandiosa messa in scena crepuscolare, come l’interno dello Stucky in rovina. Architettura tramutata in catastrofe, ma ancora fatalmente seduttiva. Topos industriale fuoriuscito dalle atmosfere cupe del cinema visionario. Dove la scenografia nasce dall’arte di rimestare iconografie, di immaginare spazi a venire riecheggianti ambientazioni d’altri tempi. Suscitando malinconie legate al design degli oggetti, ai soprabiti, alle luci che filtrano di taglio dalle tapparelle, ai ventilatori a soffitto. Come se attraverso i ricordi, in bilico tra il vero e il verosimile, fosse sempre possibile tornare ad aprire qualunque porta della Storia.

Lavorare sul proprio passato - recuperarlo, o anche solo fotografarlo - è difficile, perché porta a dissipare misteri cui siamo, in un modo o nell’altro, profondamente legati. Ma come resistere alla tentazione di esplorare un mondo che per anni si è immaginato da fuori?
Disvelare un incanto è sempre pericoloso: ma voler conoscere, in ogni caso, resta più importante. Così, anche fotografare non è che un mezzo. Un modo come un altro per dimostrare interesse, curiosità, attrazione. Nella speranza di lasciare un segno riconoscibile come un atto d’amore.

 

dal volume Molino Stucky, Marsilio, 1998

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto

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