Luca Campigotto

Negli anni più belli, i giorni più tristi

Per settimane ho camminato in montagna con in mente il finale d’una lettera mandata da un soldato al fronte alla fidanzata: “scrivimi tanto, scrivimi ancora”. Mentre salivo, scalavo e incespicavo la solitudine di quel soldato mi teneva compagnia e pareva rinnovarmi le energie. Certo, il mio zaino con la macchina fotografica è ben più leggero di quelli da circa 35 chili che si usavano allora, e anche se il cavalletto che tenevo nella mano destra a volte pareva dondolare come un moschetto, nessuno mi avrebbe sparato. Comunque, pensavo, “scrivimi ancora” – che le tue parole d’amore mi allevino la paura e la fatica.

Quella che si è combattuta sulle montagne italiane è stata una guerra singolare, oltreché del tutto inutile. Per tre anni, decine di migliaia di uomini, perlopiù ragazzi giovanissimi, si sono inseguiti e sparati in un gigantesco e crudele nascondino tra rocce e strapiombi. Un autentico teatro di combattimento, dove in molti punti i rispettivi avamposti erano talmente vicini da poter udire le voci che venivano dalla trincea nemica. Disperatamente vicini, talvolta, anche per rendere impossibile qualunque bombardamento, dato il rischio troppo alto di colpire per sbaglio i propri soldati insieme al nemico. Una guerra sotto la costante minaccia dei cecchini, del gelo sulle vette e della sete sul Carso. Dove si va spesso all’assalto storditi di grappa perché il peso del terrore è insostenibile. Dove si emerge dalla trincea senza capire più niente, tali sono le urla, i rumori, i fumi che avvolgono i soldati. Chi strepita ordini e chi di paura. Feriti che gridano di dolore tra cannonate e sventagliate di shrapnel.
Una guerra assurda al punto tale che, un paio di volte, gli stessi austro-ungarici fermano per un attimo le mitragliatrici con cui stanno falcidiando gli italiani all’assalto, e invitano i nemici a desistere per metter fine alla carneficina. Mentre dall’altra parte, paradosso nel paradosso, i carabinieri minacciano col fucile i soldati compatrioti che vorrebbero ritirarsi.
Una guerra dove ogni tanto, magari verso Natale o Pasqua, si decide che basta, che almeno per un’ora si può improvvisare un armistizio e scendere nella valletta della terra di nessuno per scambiarsi sigarette, grappa, cioccolata. Per poi stabilire che la ricreazione è finita e tornare alle proprie postazioni e ricominciare a spararsi.
“Gebirgskrieg” la chiamavano semplicemente gli austro-ungarici, la guerra sulle montagne. Un’esperienza condotta tutta al limite, un braccio di ferro che, in alta quota, spesso diventa quasi un sfida sportiva, con interi reparti ormai composti da scalatori provetti che – nottetempo e con le suole degli scarponi in cuoio ricoperte per non far rumore – azzardano ascensioni da vertigine per conquistare anche solo uno sperone di roccia. Magari una postazione da niente che, l’indomani stesso, sarà persa di nuovo, e di lì a una settimana forse ancora riconquistata.
Il tutto avviene in un ambiente naturale meraviglioso. Circondati da una natura spietata o dolcissima, sotto metri di neve o con l’incanto dei prati verdi in estate.
Quando poi, a un certo punto, sembra non si riesca più ad uscire dall’impasse della guerra di posizione, ecco che si escogita una strategia bellica ancora più singolare, la guerra delle mine. Così l’abilità dei genieri incrocia l’ardimento dei singoli, e si lavora ininterrottamente, scavando a picconate mediamente quattro metri di roccia al giorno per spingere il tunnel sotto le postazioni nemiche e piazzare le cariche. Gli esiti sono spesso imprevedibili, ma è normale che dopo ogni scoppio cambi l’orografia della zona – e capita, addirittura, come sul Col di Lana, che a forza di esplosioni da una parte e dall’altra, le rocce ritornino grossomodo nello stesso punto da dove sono venute.
Si scava la galleria di mina sentendo il nemico che, intanto, scava la propria. A volte, il nemico scava sopra e anche sotto, magari con un perforatore automatico, e allora si capisce che la sfida è persa, e si inizia freneticamente ad aprire un ennesimo tunnel di fuga, in un labirinto di pietra pronto a crollarti sulla testa da un momento all’altro. Infine, le cariche che brillano di notte – il boato terrificante che si somma al fragore delle rocce che smottano, volano nel cielo e ricadono. Mentre i nemici saltati per aria, racconta il diario di un superstite, piovono come manichini nel bagliore dell’esplosione.

“La gioia di guardare dall’alto delle montagne”, ha scritto non ricordo chi. Di contemplare dall’alto lo spettacolo sublime delle forme del mondo che si allungano e si contorcono spingendosi verso l’orizzonte. La maestosità delle rocce grigie che, all’improvviso, s’incendiano di rosso, rosa e arancione. Difficile dire dello splendore selvaggio di questi luoghi ancora disseminati di trincee, gallerie, cumuli di filo spinato, lattine arrugginite di cibo. un museo a cielo aperto. uno scenario eroico di sconcertante bellezza – fatto di silenzi, oggi appena interrotti dal vento o dal fischio delle marmotte. uno spettacolo grandioso in tutte le direzioni, perché le montagne regalano spesso la sensazione di un estraniamento quasi mistico.
Su queste vette, l’eco della grande guerra conserva tutta la sua intensità – rimbalza tra gli innumerevoli episodi tramandati dai racconti e i cimeli raccolti nei tanti piccoli musei di paese. Come fotografo, ho dovuto confrontarmi con l’incalzare delle suggestioni, e le insidie retoriche dei viaggi nella memoria. Al termine di ogni giornata passata a camminare, qualcuno del posto che mi chiedeva se ero stato su quel certo cocuzzolo, e anche su quell’altro, se avevo visto anche quella feritoia o quella grotta. E ogni giorno la lista dei luoghi si è allungata, a testimonianza che si è combattuto dappertutto, su qualunque spuntone. Dal confine con la Slovenia al Lago di Garda, i monti sono istoriati dalle pietre e dagli sfasciumi di legno delle fortificazioni. Le creste formano un merletto di roccia traforata. Un tessuto del tempo disseminato di reperti, una scabra archeologia di guerra.

“Negli anni più belli i giorni più tristi”, recita un’iscrizione rinvenuta sulle montagne della Carnia. D’un tratto, ci appare una moltitudine di immagini color seppia. Struggenti foto d’epoca da cui spuntano facce tipiche del primo Novecento – baffi e capelli a spazzola. Facce di montanari o di terroni saliti a combattere al nord.
Pare quasi di vederli per davvero. Un esercito di soldati in forma di ologramma. Ci sono tutti e ci fanno strada lungo la salita. raccontano vicende di dolore, paura e ardimento quasi inenarrabili. Nei tanti dialetti di questo paese, provano ad insegnarci la Storia.

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto