Luca Campigotto

Memoria notturna

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Una sera, alla chiusura del recinto di Gizah, mi trovavo oltre le mastabe che sorgono accanto alla piramide di Micerino, nel punto più lontano dall’uscita.
Armeggiavo febbrilmente con la macchina fotografica sul cavalletto, quando una delle tante presunte guide che si aggirano nell’immenso spiazzo si avvicinò, chiedendomi se non volessi trattenermi per il “laser show” - senza pagare il regolare biglietto, ovviamente. Un paio di dollari di
baksheesh sarebbero bastati per tenermi nascosto alla sorveglianza.
Ero stanco e volevo tornare in albergo, non mi interessava veder proiettare fasci di luce colorata sulle Piramidi; ma il fare dell’interlocutore era misterioso, così accettai. Fui accompagnato in un punto particolarmente nascosto e mi fu detto di aspettare.
Mentre me ne stavo seduto - assaporando la soddisfazione del fotografo viaggiatore che si riposa - si fece buio, molto buio. Dopo una mezz’ora, cominciai a sospettare che il laser show fosse solo una scusa; forse, un pugno di malintenzionati mi avrebbe presto assalito alle spalle, addio soldi e macchina fotografica.
Malpensante e un po’ nervoso, mi alzai per tentare di esplorare l’oscurità intorno. Fu allora che mi resi conto di trovarmi sul bordo di un dirupo. Sotto di me, il deserto che lambisce il Cairo - la scena straordinaria di un accampamento: fuochi, cammelli, cavalli, gruppetti di uomini accovacciati che confabulavano. Un colpo d’occhio indimenticabile. Una messinscena predisposta da secoli.
La vista mi riconciliò con le mie paure, tornai a sedermi sul macigno millenario che mi ero scelto e rimasi in attesa.
Lo show fu una successione di laser rapidissima. La luce cambiava di continuo e non facevo in tempo ad inquadrare che la scena era già completamente diversa. Mi spostavo di qua e di là, scattavo, ricaricavo, raccoglievo il magazzino portapellicola caduto nella sabbia, imprecavo. L’approccio lento e un po’ cerimonioso con cui mi piace fotografare si scontrava con la frequenza dei lampi. Riuscii comunque a riprendere le Piramidi inondate di luce. Lo spettacolo finì e tutto ripiombò nell’oscurità.

A questo punto, la mia guida tende una mano in attesa della mancia, e con l’altra mi indica la strada su cui incamminarmi da solo verso l’uscita. Strabuzzando gli occhi incredulo, gli dico che proprio non se ne parla: non lo pago neanche per sogno se non mi porta fuori di lì - mica voglio finire nelle grinfie dei sorveglianti di ronda.
Lui tentenna, scuote la testa con forza a spiegare che non può venire perché rischierebbe troppo. E io, fermissimo, a ripetergli - mezzo in inglese, mezzo in dialetto veneziano - che lui mi ha fatto stare lì e adesso di lì mi tira fuori. Finchè, all’idea di veder sfumare il già misero
baksheesh, acconsente ad accompagnarmi, facendo cenno di riporre la macchina e chiudere il cavalletto. Perché ci sarà da correre.
Lì per lì non capii subito che stava per cominciare una sgroppata inimmaginabile. E dunque, eccomi - cavalletto e borsa a tracolla - correre al buio, inciampando ogni tre passi, mentre mi sforzo di tener d’occhio la tunica del mio scout, che sgambetta in ciabatte di plastica. Una magnifica corsa fuori del Tempo, lungo la spianata buia delle grandi Piramidi: due tombaroli da quattro soldi che scappano furtivi, tra sagome maestose come astronavi.
Come in ogni fuga che si rispetti, di continuo ci fermiamo di colpo per appiattirci dietro una roccia. Un paio di volte finiamo distesi per terra, quasi trattenendo il fiato mentre la ronda a cammello ci passa vicinissima. Un parlottare arabo che si sperde nell’aria nera, mentre noi ci rialziamo e riprendiamo la corsa. Io piuttosto goffo, con i miei pesi e il mio spaesamento, e anche lui poco agile nella sua lunga veste a rigone larghe - a perdifiato da Micerino a Chefren, verso l’uscita vicina a Cheope.
Ogni tanto, il mio compare, sguardo e orecchio finissimi, avverte che la polizia sta per arrivare - a cammello, a cavallo - e mi ordina con gesti decisi di correre più svelto, di stare giù, di stare indietro.
Mi scopro ancora una volta con la faccia appoggiata sulla sabbia, come un bambino che gioca a guardia e ladri, in Egitto… Se in questo momento potesse vedermi qualcuno che mi conosce, che direbbe di me? Ma in fin dei conti, chi lo sa cosa succede se un poliziotto scopre un turista aggirarsi abusivamente di notte tra le Piramidi? Meglio continuare a fuggire, allora... Davanti a me corrono anche Corto e il suo amico Rasputin, e Douglas Fairbanks con Errol Flynn, usciti da un film in costume dell’antica Hollywood.
Ormai ce l’abbiamo fatta quasi fatta, siamo vicini all’uscita. Già si scorge sotto di noi la strada illuminata con il suo viviavai quando, dall’angolo più tenebroso, erompe una voce che ci intima un qualche alt nella lingua del Profeta.
Fu un attimo, nemmeno il tempo di preoccuparmi, e la mia guida già stava contrattando col tizio nascosto nell’ombra - un suo collega, forse - subito disposto a lasciarci passare in cambio di una percentuale sulla mancia pattuita.
Poi, finalmente in strada, nel caos fumoso di un bar, festeggiamo con succo di frutta lo scampato pericolo. Il mio amico si preoccupa: “Laser show good? Good pictures?”. Gli dico che conserverò per sempre l’emozione della nostra corsa proibita. Sorride, “la prossima volta, per dieci dollari puoi fermarti all’accampamento, e all’alba ti porto a scalare Micerino per vedere il sole che sorge”.

 

dal volume Le pietre del Cairo, Peliti Associati, Roma 2007

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto

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