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Di che colore è l’anima? Quella del veneziano Luca Campigotto ha le tonalità ruvide e intense delle terre ai confini del mondo che ama ritrarre. «Guardare le proprie foto», dice, «significa cercarsi nel passato». My Wild Places è il titolo della serie che il fotografo 48enne ha realizzato viaggiando dalla Terra del Fuoco al deserto di Lut, in Iran, fino alle Dolomiti. Un tour nel tempo. E una memoria nitidissima, come le crepe di una roccia calcarea o le pietre di una strada in mezzo al nulla che sembra quasi di poter toccare. Immagini epiche e intime allo stesso tempo. Niente male per un fotografo che ha iniziato a viaggiare la sera in cui suo padre gli ha regalato la prima edizione di Una Ballata del mare salato di Hugo Pratt. «Ho passato la mia adolescenza con Corto Maltese e Koinsky», ricorda, «vagando nei deserti etiopici e tra le isole del Pacifico senza mai muovermi di casa».

Che emozioni vuole provocare in chi guarda i suoi lavori?
Non ci penso mai. Spero solo abbiano un forte potere evocativo. E che raccontino allo spettatore il mio stupore davanti alla natura.
My Wild Places raccoglie i suoi luoghi dell’anima: perché non fotografa città?
Perché rappresentano il mio lato selvaggio. Angoli sperduti dove mi sono emozionato ad ammirare spazi vuoti. Le città sono nell’altra metà del progetto.
Lo scatto più complicato?
Quello sullo Stretto di Magellano, perché ho rischiato di finire in acqua.
I suoi paesaggi sono spesso desolati: perché?
È il mio omaggio alla solitudine, frutto del fascino che esercitano su di me certi posti fatti apparentemente di nulla.
La luce è un linguaggio?
Sì. Ma è soprattutto un codice per decifrare le cose, creare distinzioni, suggerire emozioni.
ll suo prossimo viaggio?
In Africa.
Ha detto che fotografare significa costruire ricordi: qual è il colore della sua memoria?
Un grigio cupo, temo.
La presenza umana (due camion, alcune mongolfiere) è impercettibile, eppure c’è una foto in cui una nave domina la scena: cosa rappresenta?
Non sono presenze umane ma testimonianze lontane: le mongolfiere ricordano insetti primordiali e le navi, carcasse di balene.
Ha mai fatto un ritratto?
Anni fa ho iniziato una serie di ritratti. Cercavo di cogliere espressioni interlocutorie, che non fossero riconducibili a uno stato d’animo preciso. Ma ho smesso: le persone fotografate non amavano riconoscersi in quei lavori. Così sono tornato ai miei deserti.
Dove vorrebbe vivere?
A New York o agli Hamptons, in riva all’oceano.
La colonna sonora dei suoi scatti?
Le musiche di mio fratello Marco, che è un grande batterista.
L’orizzonte è il limite in cui cielo e terra s’incontrano: per lei dov’è la fine del mondo?
Rispondo citando un’ordinanza portoghese del ’500 che proibiva a qualunque vascello nell’Oceano Indiano di spingersi oltre l’isola di Timor. Era l’epoca delle grandi esplorazioni: oltre quel limite le navi avrebbero “disammarato”, sarebbero finite fuori dal mare. Un’immagine per me bellissima.

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto