Venezia

Come tutti i veneziani, ancora bambino, ha scoperto la sua sete di mondo con un viaggio all'estero. Destinazione: "la prima grande palestra dell'infinito, il Lido". Di suo, invece, da sempre coltiva passioni che, sommate, ne fanno un personaggio singolare. I gialli di Raymond Chandler, per esempio. Ma anche la calma piatta di un vedutista monomaniacale come Bernardo Bellotto. E poi, a ruota libera, Photoshop, la Storia e il grande schermo: "Già, sono di quelli che avrebbe voluto fare cinema" ammette in prima battuta. Quale? "Sarò onesto, Batman e Terminator, cioè i film disegnati. Insomma, parti da Metropolis e ti avvicini gradatamente, come diceva Snoopy. E, qui, finalmente ride. Così un sabato mattina, a tu per tu con Luca Campigotto, l'autore di Venezia, immaginario notturno, un libro, un viaggio solitario in una città imprevista, un palcoscenico di ferro e lame, ritratto quasi fosse il set cinematografico di un poliziesco con molte ombre e mille comparse.
Come tanti fotografi, anche Campigotto si è fatto le ossa inseguendo i primi cosmonauti dell'immagine: da Robert Adams a Roger Fenton, e via indietro fino agli albori, i fratelli Beato, per esempio. Come pochi altri, a questa grande fotografia romantica, esotica, pioneristica, se non addirittura archeologica, Campigotto ha rubato il mezzo: una macchina a lastra, l'unica in grado di trafiggere la notte, rubando tutti i dettagli possibili, anche quelli che a occhio nudo vengono inghiottiti nel buio. "Ho scelto di lavorare così per la qualità della visione", spiega. "E poi perchè lavorare così è come andare a pesca: venti di minuti di esposizione, nel silenzio di una città deserta, accompagnato solo dal tempo lento e cerimonioso di un fare d'altri tempi".
Campigotto ha iniziato a ritrarre Venezia negli anni Novanta. Confida: "Ero in cerca di idee: avrei voluto andare in giro per il mondo, misurarmi con grandi scenari, con un'idea di immagine ormai fuori moda. Invece, prima quasi per caso, poi con piena consapevolezza della pericolosità della sfida, mi sono ritrovato a indagare Venezia, scoprendo subito che, non appena cala la notte, mentre tutto si svuota, le luci imbastiscono un teatro dell'imprevisto, dove "l'ansia di fissare un paesaggio capace di fare a meno di te", come scrive Josif Brodskij, ti viene incontro nell'incanto delle strade ormai deserte".
Ma la Venezia di Campigotto – laurea in Storia sui mercanti del Cinquecento – è una città disabitata solo in apparenza. "Ad agitarla è un immaginario che ha radici secoli e secoli fa: sono flash legati a una repubblica che solca i mari, gioca d'azzardo, lavora all'Arsenale dal crepuscolo all'alba. Sostare alle Gaggiandre con l'aria che non si muove è stata un'esperienza quasi magica, così come scoprire la forza nascosta in angoli meno noti come Rio dei Mendicanti". Nell'album di questo autore forse anche a Brodskij si gelerebbero le narici: da piazza San Marco a Porto Marghera il paesaggio è raggelato, a tratti marmoreo. Alle facciate incise nel tempo si sostituiscono i fondali effetto giorno dell'industria navale. "Macchine piovute dal cielo: mi piacciono molto i soggetti forti" conclude Campigotto. Un fotografo, certo, ma anche un fanatico di Hugo Pratt, che nelle fiamme di Marghera come nelle luci della Giudecca confessa d'aver intravisto "gli incendi dei Turchi, il vorticoso baluginare dele lanterne poppiere, la danza brusca delle virate in combattimento". In attesa che nel buio comparisse persino il detective Marlowe: "Piantato dritto di fronte, impassibile, con la smorfia di Bogart sulla bocca...". Tutto questo in laguna, nei lontani Novanta.

 

da Io Donna, nr. 16, 2006

Susanna Legrenzi

Venezia di ferro e di lame

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