Luca Campigotto

La trama dell’invisibile

 

Fà sempre molto freddo, di notte, quando mi ritrovo fuori a fotografare. Ma mi piace star lì a guardare le luci, e leggere le scritte sulle grandi indicazioni stradali.
Terminal 1, Cargo City… Mi tornano in mente le destinazioni dipinte sulle facciate dei vecchi porti: Borneo, Java, Sumatra. Navi e tempeste, spezie e pirati. Il suono della lontananza.

In genere, dopo un po’ mi imbatto in una volante della polizia. Documenti. Come mai sta fotografando. Ce l’ha un permesso? Mentre rispondo, fingo che quelle domande me le stia facendo un giapponese appassionato di origami: spero mi dica che non ho scelta, che il capitano Bryant vuole vedermi.
Oltre i binari della ferrovia, si vede un’autostrada buia in costruzione. Le ramaglie crescono ai bordi della carreggiata, mischiate alle insegne dei parcheggi e dei motel. Dietro un terrapieno, resi evanescenti dai bagliori, normali aerei di linea sono in partenza per le “colonie extramondo”.
Mi conducono al fronte dell’astronave, lentamente, risalendo gigantesche rampe d’accesso. Devo identificarmi, sono fuori del mio settore. Ma è solo un controllo di routine, mi rilasciano dopo pochi minuti. Sono innocuo, appena un poco eccentrico.

Così, torno ad arrampicarmi su una collina di fango nero che i vigilantes non si sogneranno mai di venire a controllare, e guardo di lontano gli aerei, le automobiline parcheggiate, le strade lucide. Non ho voglia di ricordarmi dove sono, non l’ho mai avuta.
Vedo i passeggeri comparire veloci, alla spicciolata. Il trafficante che scappa travolto dai debiti, l’amante abbandonato. Un amico tradito.
La fotografia disorienta il cuore. I ricordi si confondono.
So che capirai, se ti confesso che anch’io vorrei partire e cercare di rifarmi una vita.

 

dal catalogo della mostra Atlante italiano, 2003

Malpensa
copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto