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intervista di Simona Metalli e Alejandro Burgos Bernal

 

D. L’arte della fotografia ha potuto esemplarmente mettere in opera uno sguardo acuto per ciò che sta già davanti agli occhi di tutti, poiché “quando non ci si studia di esprimere l’inesprimibile, allora niente va perduto” (L. Wittgenstein).
Rispetto a queste considerazioni, in che modo il tuo lavoro dichiara tale acutezza per ciò che è dinanzi ai nostri occhi, e cioè, in questo caso, la città di Venezia?

R. Davvero non saprei dire quanto il mio sguardo possa essere "acuto". D’altra parte, lo sguardo della fotografia può essere acutissimo come pure estremamente risaputo, sostanzialmente inutile.
Personalmente, ho imparato a non pormi problemi teorici cui non potrei mai avere risposta. Al massimo, posso identificare – parafarasando Montale – quello che non vorrei essere, cioè come non vorrei vedere.
Quando fotografo sono consapevole di trascinarmi dietro tutti i film che ho visto, i libri che ho letto, le luci dei quadri che ho sempre ammirato, i fumetti su cui ho sognato. Credo che la mia fotografia insegua qualcosa che si è andato sedimentando nel tempo nella mia testa, in fondo ai miei ricordi. Nel momento stesso in cui vedo qualcosa da fotografare ho come la sensazione, in realtà, di ritrovare qualcosa che, in qualche modo, mi appartiene già.
Confesso, anche, che non mi pongo il problema di una comprensione del mondo attraverso la fotografia. Per me, semmai, è forse l’esatto contrario: una via di fuga, una trasfigurazione. Soprattutto, una messa in scena. Se una mia immagine riesce ad evocare un’emozione è perché costringe chi guarda a riconoscere, semplicemente, la forza spudorata che hanno i luoghi, la bellezza indicibile della luce.

D. Guardando i tuoi lavori su Venezia e pensando alla fotografia come ad una messa in scena, ci viene in mente Antonin Artaud che ne "Il teatro e il suo doppio" pensava la messa in scena come un linguaggio... che riesce ad esprimere una sorta di folgorante armonia visuale la cui acutezza agisce di prepotenza e si scarica in una sola occhiata...
Cosa ti ha portato, dunque, ad individuare Marghera quale scenario proprio per restituirci la forza spudorata di Venezia?

R. Non si può certo far leva sul fascino di Marghera per parlare della bellezza perfetta di Venezia. Marghera è un assurdo visivo – oltrechè logico ed estetico. Una sorta di controcanto topografico. Da veneziano, mi son sempre sentito attratto dalla sua vicinanza stridente, dalla sua diversità. Come la spiaggia del Lido è stata il mio primo deserto, così Marghera è stata, nel tempo, la mia Metropolis, “Los Angeles, 2019”, Marsiglia dove inseguire Jean Gabin. Lo scenario - per molti versi improbabile - dove rinvenire le “apparizioni” del mio immaginario. Il set di un film noir, la luce fosca di una nave fantasma, la gru che si leva come una torre d’assedio medievale. E’ un gioco di rimandi, di proiezioni. Per me, il caos e la meraviglia iniziano quando le visioni si sovrappongono: da quel momento in poi, m’importa solo la forza evocativa di un’atmosfera, l’ambiguità delle suggestioni.

D. Quella che chiami forza evocativa, ambiguità delle suggestioni, gioco di rimandi, ci suggerisce... un decentramento visionario interminabile. E’ legittimo riscontrare in questo “dare a vedere” un movimento che va oltre l’immagine, una sorta di specifica memoria delle immagini?

R. E’ che semplicemente non smettiamo mai di guardare il mondo intorno a noi. Guardando si cerca di vedere per davvero – speriamo di capire. Probabilmente, amo la fotografia perché solo guardando liberamente raggiungo consapevolezza delle cose. Contemplare i luoghi mi fa sentire libero e, al tempo stesso, mi costringe a restare per sempre ostaggio del mio stesso sguardo. Destinato alla missione del ricordo. Il moto circolare della nostalgia inizia forse di qui, dove le immagini si affollano, si confondono, si autorigenerano. In un certo senso, ho sempre cercato di perdermi, inventarmi una macchina del tempo, un cinema. La visione di per se stessa è una droga che illude e disorienta. Credo che Noodles pensi proprio questo, nella famosa scena della fumeria d’oppio in “C’era una volta in America”. Alla fine, i conti si fanno rivedendo i sogni e i fantasmi d’una vita, e si deve essere in grado di sorridere ai propri ricordi.

 

dal catalogo della mostra Lampi sull’acqua, 2006.

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto