Marghera

Era buio pesto e il tergicristallo trascinava su e giù lo sporco del vetro. Guidavo sporto in avanti, zigzando tra le pozzanghere; con gli abbaglianti che guizzavano qua e là come se cercassero un fuggiasco tra i rovi. Dalla radio veniva una musica lenta, quasi coperta dal rumore della ventola del riscaldamento. Sul sedile di fianco il telefono cellulare se ne stava muto. “Madame” difficilmente avrebbe richiamato. Ormai, era troppo tardi anche per lei che era nottambula. Niente birra insieme neanche stavolta, pensavo: convinto che le sarebbe piaciuto perlustrare quei luoghi misteriosi.
Quanto a me, adoro le zone industriali: sono il mio terreno, mi ci sento a casa. L’asfalto crepato che brilla in controluce, alzandosi come una crosta quando incrocia le rotaie. Le sagome alte delle torri e dei carriponte, più nere del cielo fuori dei finestrini. Le gru che si levano come il collo dei sauri sullo sfondo dei fumi illuminati. Le luci irregolari: troppo violente o quasi assenti, che muoiono allungandosi sui muri di cinta. E poi, cancelli elettronici, casottini della vigilanza. E, ogni tanto, una macchina ferma qui o là: amanti nascosti tra cumuli di tubature e vagoni di treno abbandonati.
Anche quella notte sembrava che tutto fosse sistemato lì come per una scenografia. Lungo i canali d’ingresso delle navi, le luci gialle incorniciavano i serbatoi bassi e rotondi dei carburanti. L’erba era incrostata di grasso e una nebbiolina chiara si levava dall’acqua maleodorante.
Ad un tratto, mi sentii più stanco del solito. Fermai la macchina e spensi i fari e la radio. Abbassai il sedile e mi misi a sonnecchiare.
Nel sogno, avevo in tasca lo scontrino d’un deposito bagagli: e me ne stavo fermo sulla banchina, in attesa che un sicario dal volto sfregiato si facesse avanti tenendo l’ostaggio sotto tiro. Una valigia piena di soldi, in cambio della vita di “Madame” che si stringeva nelle spalle infreddolita.
Quella notte stava per diventare la scena madre della nostra storia. Il momento in cui avrebbe dovuto entrare in scena un gangster cinese in doppiopetto blu, cappello e occhiali scuri. Una bionda un po’ scollata coi segni dei lacci ai polsi, e gli occhi gonfi di un’ironia malinconica. E Marlowe, piantato dritto di fronte a loro, impassibile, con la smorfia di Bogart sulla bocca...

 

testo per il catalogo della mostra Venezia-Marghera, 47’ Biennale di Venezia, 1997

Luca Campigotto

L'ultima notte

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Luca Campigotto