Aldo Iori

Luca Campigotto, la nostalgia nell'incontro

Luca Campigotto ama accompagnare le immagini, nelle mostre o nei cataloghi, con brevi testi, racconti e poesie, che ampliano la riflessione su ciò che le sue fotografie mostrano all'osservatore. I riferimenti e le citazioni sono vari, dalla letteratura al cinematografo alla storia della fotografia, tra cui Robert Adams, Walker Evans, Winston Link, Roger Fenton, i fratelli Beato e altri, ed essi creano una sorta di costellazione che possa guidare l'osservatore come hanno guidato l'autore nel girovagare per il mondo alla ricerca di luoghi ove far sostare e dare sostanza allo sguardo. Uno dei suoi primi viaggi egli lo compie proprio nella sua città, Venezia, una delle città più fotografate al mondo, dimostrando la capacità di stupire fornendo ancora una volta inedite possibilità di riflessione su questo meraviglioso e abusato soggetto. In questo caso anche la pittura veneta di Bernardo Bellotto o Giovanni Battista Tiepolo affiora nei suoi scatti non come dotta citazione ma come sintomo di un'appartenenza e di un'identità riscoperta. Questo si evidenzia nella contemporanea matericità e lontananza intellettuale dal soggetto o nel superamento dell’iconografia tradizionale e retorica facendo divenire pienamente veneziani anche gli scorci di zone industriali, del Molino Stucky, dell'Arsenale o di Marghera. Egli viaggia per il mondo seguendo il desiderio, o piuttosto l'illusione, che fin da bambino lo anima; incontra il mondo e lo traduce in immagini di paesaggi naturali e urbani. L'interesse che muove il suo sguardo pare essere di duplice natura: da una parte, e lo confessa lui stesso citando il poeta Josiph Brodskij, possiede "l’ansia di fissare un paesaggio capace di fare a meno di me", dall'altra deve soddisfare la perenne ricerca di qualcosa di perduto come se, afferma sempre l'artista, la fotografia possa essere lo "strumento supremo della nostalgia". Egli si pone quindi dinnanzi al paesaggio con uno sguardo conscio dell'ineludibile estraneità da ciò che si vuol ritrarre, un mondo che comunque esiste nella sua presenza al di la del passeggero transito del fotografo. Egli a volte appare come ombra riportata entro di esso dando forza a questa estraneità che qui assume valenza maggiore richiamando la condizione spaziale della pittura di Caspar David Friedrich. Parafrasando la fisica sperimentale si potrebbe affermare che anche il paesaggio muta nel momento stesso dell'osservazione; Luca Campigotto non pare interessato a questo ma piuttosto al rapporto culturale che si instaura con esso all'interno del processo fotografico, ove interviene la coscienza di una lontananza intesa intesa in un'accezione che richiama la ricordanza leopardiana. L'immagine si carica di elementi significanti per cui le terre dei deserti, i ghiacciai o le montagne assumono un sapore antico come se ogni volta si rinnovasse un incontro o si ritrovasse una condizione che si credeva perduta. Questo avviene anche quando le fotografie ritraggono i paesaggi urbani che tralasciano l'aspetto meramente architettonico per ritrarre l'opera umana alla stregua di quella della natura: un albero che fagocita un edificio di Angkor , una città di terra in Marocco, i sobborghi del Cairo o la piramide di Kefren, o monumenti religiosi ottomani o persiani. La condizione nostalgica dell'immagine che Luca Campigotto propone all'osservatore è tuttavia scevra di ogni immediatezza e semplicità sentimentale, di cui è così ricco il mondo dell'immagine contemporanea, e l'adesione empatica è resa possibile dal lento e silenzioso tempo di osservazione che esse richiedono.

 

Lettera Internazionale 104, Roma, giugno 2010

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