intervista di Emanuela Costantini

Terre di nessuno

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Come hai incontrato la fotografia?

Avevo 19 anni e stavo partendo per gli Stati Uniti. Era il mio primo viaggio e sarebbe durato un paio di mesi. Dico la verità, portare con me una macchina fotografica non fu il mio primo pensiero. Mio padre si stupì che non avessi intenzione di portare con me la sua Pentax... Alla fine mi decisi a mettere quella reflex in valigia, insieme a un obiettivo da 50 mm.

Cosa ti ha portato a concentrare la tua ricerca in modo specifico sul paesaggio?

Proprio da quel viaggio tornai con 300 fotografie di paesaggio. Qualcuno notò subito che in nessuno degli scatti comparivano persone.

Quindi, fin da subito ti è venuto istintivo concentrare la tua ricerca sul paesaggio...

Mi è sempre venuto istintivo fotografare i luoghi, gli spazi. Il contenitore degli accadimenti, per così dire. Per fotografare le cose mentre accadono bisogna avere l’animo del reporter, la preoccupazione di trasmettere una testimonianza. Io non ce l’ho.

Guardando le tue immagini viene da pensare ad una sorta di paradosso: a prima vista sembrano fotografie di documentazione, mentre soffermandosi con lo sguardo sembra quasi che i soggetti si isolino e acquistino un’aura concettuale. È così? Quali sono le tue intenzioni comunicative?

Cerco di fare una fotografia senza tempo, e con un forte potere evocativo. Che dica del mio stesso stupore, della capacità di provare
meraviglia. Mi interessa fare una fotografia che abbia una struttura potente, visionaria, dove si percepisca bene la forza delle luci.

Cosa pensi a proposito dei linguaggi fotografici attuali rispetto a quelli di grandi pionieri del tuo genere di fotografia?

Trovo che molta fotografia di oggi sia poco sincera, strumentale e falsamente provocatoria, oltrechè poco originale. Mi colpisce la scarsità di poetiche visive autentiche. Penso bisognerebbe soprattutto studiare di più i Grandi, guardare tanti libri. Giocare meno all’artista ed esercitarsi di più.

Il luogo in cui torneresti volentieri a fotografare e quello che preferisci dimenticare e perché.

Ho ricordi indimenticabili legati a ogni viaggi. In particolare sono legato alla Patagonia, e a Chicago. New York è un posto dove torno regolarmente a fotografare. No, non mi viene in mente un luogo che vorrei dimenticare.

Quale pensi possa essere l’ingrediente fondamentale per fare una buona foto nel tuo ambito?

La forza dell’inquadratura è una miscela tra la tensione che si deve sentire nella composizione e la forza della luce.

Su cosa punti per restituire l’anima di un luogo a chi vedesse le tue fotografie per la prima volta?

Direi che cerco di dare corpo fotografico a un’atmosfera, di restituire la bellezza e la fascinazione delle luci. Per me è fondamentale proiettare il mio immaginario sul luogo, in modo da poterli far interagire. E’ una questione di echi, rimandi, citazioni. Ogni spazio vuoto è come un un set abbandonato. Le possibili storie aleggiano nell’aria, e chi guarda è libero d’innestare la propria fantasia su quel che vede. Come fotografo non indico una trama, suggerisco solo il fondale dove questa potrebbe svolgersi. Il mio approccio suggerisce un’ambientazione. Io stesso cerco la suggestione di uno scenario possibile. Un luogo che sia un punto di partenza, spesso un’evasione dal presente per entrare nella Storia.

Hai fotografato alcuni luoghi molto difficili e tristi, soprattutto emotivamente. Penso al campo di concentramento dei Khmer rossi a Phnom Pen, in Cambogia.

In realtà, quello è un episodio particolare nell’ambito del mio lavoro, perché è stata l’unica volta in cui mi son sentito quasi in dovere, come fotografo, di scattare delle immagini. Credo perché l’essenza di quell’orrore ruota intorno alla feroce documentazione fatta da uno straordinario fotografo che lavorava nel campo. Si chiamava Nhem En e aveva il compito di fotografare i prigionieri. Non so bene come spiegarlo, ma aprire il cavalletto, inquadrare e scattare è stato un po’ come accendere una candela in memoria di qualcuno.

Se non avessi fatto il fotografo, quale mestiere avresti scelto?

Penso lo scrittore. Avrei voluto essere un bravo batterista, ma non avevo talento. E mi sarebbe piaciuto essere un’astronauta.

Un libro, una canzone, un film, una fotografia.

La versione di Barney, di Mordecai Richler. Firth of Fifh, dei Genesis. Corvo Rosso non avrai il mio scalpo, di Sidney Pollack. La valle dell'ombra della morte, di Roger Fenton.

Quali attrezzature utilizzi? Come ti muovi sul campo?

Ho sempre utilizzato macchine di medio e grande formato. Linhof 10x12, Silvestri, Mamiya 7. Tre anni fa ho iniziato a scattare in digitale, prima con un’Hasselblad, adesso con un’Alpa. Cerco sempre di avere immagini nitide e ben stampate. Quando sono sul posto giro molto, in macchina e a piedi. Per fare buone foto si deva camminare tanto. Spesso, cerco di vedere i posti quando le luci sono “sbagliate”. Mi piace tentare di rovesciare lo schema della luce “giusta”, mi vengono più idee quando mi ritrovo con un’illuminazione strampalata.

Ti avvali di assistenti?

No. Mi piace l’aspetto solitario della fotografia. Mi piace fare fatica, sbrigarmela da solo. Vorrei un collaboratore che fosse un mago della postproduzione ma, in realtà, finchè su un’immagine non ci metto le mani io stesso non so cosa ne può venir fuori.

Sei annoverato tra i grandi nomi della fotografia italiana contemporanea. Il tuo, dunque, è un taglio decisamente autoriale che riscuote ottimi consensi anche nel mercato artistico. Come hai raggiunto questo successo?

Sinceramente, non mi son mai posto troppi problemi rispetto al consenso che il mio lavoro può o meno raccogliere. Avendo una vita sola, mi preoccupo di seguire solo quello che mi interessa profondamente, senza rinnegare i miei amori, le mie debolezze. E senza inseguire mode o approcci strumentali. Penso si possa essere autori sinceri solo riuscendo ad individuare la propria idea fissa – la propria “magagna” – e inseguendo il tarlo che ci rode dentro.

Chi acquista le tue foto e attraverso quali canali le promuovi?

Per fortuna, le persone interessate a quel che faccio appartengono ad ambiti diversi. Mi fa molto piacere che la mia fotografia copra un gusto trasversale. Promuovo il mio lavoro attraverso un mio sito web che cerco di tenere aggiornato e un paio di gallerie con cui collaboro regolarmente.

Com’è stato il contatto con le gallerie?

Il rapporto con le gallerie, anche se non è mai semplice, è fondamentale perché i galleristi conoscono i meccanismi giusti per mediare tra il lavoro dell’autore e i collezionisti.

Qualche aneddoto legato al tuo lavoro?

Direi la corsa di notte tra le Piramidi del Cairo. Ero rimasto nascosto nel recinto oltre l’orario di chiusura con una guida abusiva: finimmo in un gioco tipo guardia e ladri per sfuggire alla polizia a cammello. Correre al buio tra le Piramidi mi fece provare l’emozione di essere davvero in un’altra epoca, in un film d’avventura alla Errol Flynn. Fu una gioia per me che nella fotografia cerco la mia macchina del tempo.

Fotografi spesso di notte. Come mai questa scelta?

Perché gli esiti fotografici della notte sono più imprevedibili di quelli diurni. Le luci, i contrasti, i colori sono più interpretabili. Grazie alla notte posso rifarmi ad atmosfere cinematografiche, restare in bilico tra il vero e il verosimile. La notte rende ogni evocazione più plausibile. Contiene una cifra di sogno, di vaghezza, che aggiunge ambiguità e apre all’immaginazione. Per me la fotografia è, soprattutto, arte della fuga.

Come affronti tecnicamente le riprese notturne?

Nessun segreto in particolare, sono sempre andato “a occhio”. Non ho mai usato esposimetri, tanto con la pellicola i tempi erano troppo lunghi, imprevedibili. I problemi principali son sempre stati le vibrazioni del terreno, il vento che muove il volet del caricatore dei Readyload, l’umidità che s’infila negli chassis e crea delle sfuocature su parti della pellicola piana. Oggi col digitale è più facile, anche se ci sono molti problemi legati al cosiddetto flare delle alte luci.

Hai mai “tradito” la fotografia di paesaggio e di architettura per un altro genere?

Anni fa ho iniziato un progetto di ritratti in bianconero. Ma ho smesso presto: i miei soggetti non amavano riconoscersi nelle foto che io preferivo. Così son tornato ai miei notturni urbani e ai miei deserti. Con gli umani fino ad oggi ho fallito. Magari un giorno ci riprovo.

C’è qualche luogo o città che ti piacerebbe conoscere e che non hai avuto ancora l’opportunità di fotografare? Progetti futuri?

Namibia, Cina, Australia, Canada... La lista dei desideri da realizzare è molto lunga.

 

da FotoCult, febbraio 2011

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto