Marghera

Fotografare il tempo non è facile. Campigotto ci prova. Colloca l’obiettivo di fronte alle tracce monumentali del suo passaggio e tenta un’acrobatica operazione. Fissa il presente, un notturno veneziano, l’ombra della Piramide, brani di archeologia industriale e lo scruta senza pietà. Non nasconde la morte, la radicale solitudine, l’abbandono: non c’è più nessuno, sono passati di là e andati altrove. I luoghi sono stati abbandonati; abitanti, eserciti e marinai sono scomparsi. Campigotto arriva sempre il giorno dopo, a festa e battaglia finita. Osserva le tracce dei mille eventi compiuti e immagina la scena del giorno prima, quella di trecento o duemila anni fa. Poiché ha sofferto e goduto l’adolescenza a Venezia, riesce a guardare la prova inconfutabile che il tempo esiste ed è passato senza nessuna compassione, lontanissimo dalla retorica della nostalgia. Anzi, meglio così, poiché ciò che più conta per lui è la Storia: nelle sue immagini il senso del presente è dato dal suo immane passato. Più tempo è trascorso, più il luogo trasuda storia e memoria e maggiore diviene la devozione dell’autore nei suoi confronti.
Le “cartoline” che spedisce dai suoi viaggi notturni sono tremende. Ha fotografato il tempo e la stupefacente vicinanza degli eventi trascorsi. La stratificazione di senso delle sue immagini è quasi insostenibile: matrioske della Storia che contengono il fotografo che contempla il luogo mentre lo costruiscono, lo inaugurano, lo usano, lo conquistano e lo distruggono. La sua funzione è documentare che è andata così. Il tempo trascorre e nasce la Storia: Campigotto è andato al di là della Storia ed ha attaccato direttamente il tempo con immagini che non lo istituiscono però come significante della morte. Al contrario: più tempo passa e più i luoghi brulicano di vita. Persino i paesaggi privi di manufatti dell’uomo possiedono questa proprietà. La mite e domestica spiaggia degli Alberoni diviene una leggendaria Dunquerque degli sbarchi, il Tagliamento un campo di battaglia e il Fradusta una Patagonia fotografica. L’obiettivo di Campigotto è sempre lì, tecnicamente ineccepibile, a documentare ciò che non si vede ad occhio nudo. Il tempo che lavora sulle cose e sulla mente, nel corpo e nelle relazioni, sperando di farsi perdonare mediante l’oblio. Campigotto invece non dimentica e considera trascurabile l’operazione di degrado che il tempo impone alle cose e agli affetti. Erbacce, rovine screpolate, cumuli di calcinacci sono emblemi di vita vissuta e di passioni consumate. Campigotto non dimentica e continua a fotografare il lavoro del tempo. Non lo nega, non cerca di ingannarlo, non si illude di batterlo, si rifiuta di viverlo: lo fotografa. Uno storico s’è impossessato del banco ottico.
Il suo intervento riparativo è molto blando, lontano da qualsiasi tentazione cosmetica. Non imbalsama le salme delle navi abbandonate e dei vicoli dismessi, né propone i deserti come scenografie per consolatorie traversate a dorso di cammello. L’immagine che costruisce non è cimiteriale, né museale. L’oggetto non è morto, il monumento o il paesaggio non sono rovinati per sempre: hanno anzi una loro sontuosa e tenebrosa vitalità. Avvolgono il soggetto in una maglia di segni che impongono il rispetto: quello dovuto ai luoghi eloquenti che rendono serie e composte le persone, costringendole a pensare almeno un po’. Immagini perciò ricche di segni e di simboli, nutrienti e complete. Un’opulenza visiva che permette alla fantasia di giungere sul luogo con solo qualche secolo di ritardo, ma ancora in tempo per godersi lo spettacolo attraverso la contemplazione di ciò che rimane. A Porto Marghera hanno dismesso gli impianti: Campigotto giunge che le grandi macchine sono ancora calde, potrebbero rimettersi in moto ma sono entrate nella Storia, il tempo le ha ghermite e traslocate nella collezione di fotografie che documentano il suo immenso potere.
“Fuori di casa” è un racconto struggente: narra dell’impossibilità di dimenticare, dell’obbligo dolente di ricordare senza nostalgia, con orgoglio, con passione, sapendo che nel frattempo si è già cambiati, un po’ invecchiati ma non per questo meno innamorati e responsabili nei confronti di ciò che è successo prima, fuori dalla casa, nella propria antichissima città o altrove, molto lontano nello spazio e nel tempo.

 

testo dal catalogo della mostra Fuori di casa, 1998

Gustavo Pietropolli Charmet

L’impossibilità di dimenticare

copyright © 2013 Luca Campigotto

Luca Campigotto